lunedì 4 maggio 2015

Suicidi S.p.A., di Sauro Nieddu


Suicidi S.p.A.


Non ne potevo più della mia vita; non c’era motivo per cui dovessi continuare a trascinarmi avanti così. Mia moglie, ormai ex, a suo tempo mi aveva indotto a cessare la frequentazione degli amici e ora mi ritrovavo solo. Non avevo interessi particolari; né hobby, né sport, niente di niente. La vita più vuota che si possa immaginare. Rientravo a casa dopo una giornata di un lavoro che odiavo e l’unico modo in cui mi riusciva di passare il tempo era davanti alla tv, a intontirmi con qualche programma che odiavo almeno quanto il lavoro.

Non so di preciso quando iniziai a pensare al suicidio. Sono quelle idee che prendono forma lentamente e te ne rendi conto solo quando la forma che hanno preso è definitiva. Eppure, pur disprezzandomi per questo, ero incapace di passare all’azione. Mi facevo una tale rabbia! L’ideale sarebbe stato gettarmi da un edificio di dieci piani, solo che non c’era garanzia che funzionasse. Avevo letto di gente sopravvissuta a voli di centinaia di metri, a qualcuno era capitato perfino di cadere sopra qualcun altro: il suicida era rimasto in vita, l’ignaro passante, morto. C’erano anche ottime probabilità di restare vivo ma storpio.

La seconda scelta sarebbe stato un colpo di pistola alla testa, ma non possedevo una pistola e non avrei saputo dove trovarla. Ai veleni non avevo neanche pensato, non ero pratico di chimica e di sicuro avrei commesso qualche errore. Di tagliarmi i polsi, nemmeno a pensarci; il sangue mi faceva impressione. Qualunque sistema mi venisse in mente presentava il rischio di sopravvivere o qualche ostacolo insormontabile.

Un giorno come tanti altri, mi trovavo nel mio ufficio e mentre leggevo distrattamente gli annunci su un quotidiano locale, l’occhio mi cadde su un annuncio a dir poco inusuale:

AAA SUICIDI S.p.A. offre un servizio di assistenza al suicidio. Successo garantito al 100%. Per informazioni visitate il nostro sito
www.suicidiassistiti.net oppure chiamate il nostro numero verde 817.171.717. Astenersi perditempo.Ovviamente non lo presi molto sul serio. In Italia un servizio del genere sarebbe tremendamente illegale. Però, incuriosito, decisi di dare uno sguardo al sito, tanto non mi costava niente. Scoprii così che la Suicidi S.p.A. organizzava corsi di paracadutismo. Pagando un grosso extra era possibile farsi assegnare un paracadute guasto. Il costo extra era dovuto alle spese legali che la società era costretta ad affrontare in seguito agli “incidenti”.

Il lancio fatale sarebbe avvenuto solamente a corso ultimato, quando l’aspirante suicida avesse già ottenuto il brevetto di paracadutista esperto (la morte di un novellino al suo primo lancio avrebbe implicato troppi problemi). Era tutto nero su bianco. Intrigato dalla trasparenza, almeno apparente, di tutta la faccenda, decisi di informarmi personalmente alla sede della Suicidi, in un piccolo aeroporto sportivo a mezz’ora di macchina da casa mia

Fu in una domenica mattina particolarmente amena e soleggiata, l’ideale per una gita fuori porta, che mi decisi ad andarci. Quando arrivai all’aeroporto, notai subito il grande cartello “Suicidi S.p.A.” che spiccava sulla facciata di un piccolo hangar. Entrai nell’hangar e vidi un tipo assorto nella lettura del giornale in un cubicolo di vetro. Una targhetta con la scritta reception pendeva da sopra lo sportello. Il tipo, che si presentò come uno degli istruttori, fu molto cortese e mi diede tutti i ragguagli del caso.

Mi parve che tutto fosse organizzato piuttosto bene. L’istruttore mi spiegò come, grazie a uno staff di ottimi avvocati e un ricambio continuo degli istruttori, fosse possibile tenere in piedi l’attività. Mi disse che il corso durava sei settimane ed era necessaria almeno una decina di lanci prima che si potesse produrre l’incidente fatale. L’unico vero problema era che non possedevo i trentamila euro, da versare anticipatamente, che chiedevano per il pacchetto completo.

L’istruttore fu molto gentile. Dopo aver costatato che non avevo eredi sui quali avrebbero pesato i debiti e che, al più, le grane sarebbero ricadute sulla mia ex-moglie, mi suggerì di chiedere un prestito: “Tanto che gliene frega? Mica deve pensarci lei”. Fu così convincente che firmai il giorno stesso. Quello dopo andai in banca riuscendo a ottenere la somma che mi serviva.

Il corso, nel complesso, fu stranamente divertente. Avevo immaginato che i miei colleghi aspiranti suicidi sarebbero stati noiosi e depressi, come del resto lo ero anch’io. Invece, forse perché vedevamo avvicinarsi il momento della liberazione, eravamo tutti eccitati, ciarlieri e spensierati.

Dopo una decina di giorni di teoria, passati perlopiù a socializzare tra noi, iniziammo i lanci di prova imbragati con un istruttore. A quel punto non vedevamo l’ora di provare i primi lanci in solitario. In breve arrivarono, e passarono anche quelli, poi ci diedero un attestato e fummo pronti alla fase finale.

Per non scoprirsi troppo, la Suicidi consentiva un solo incidente per giornata. Funzionava così: cinque aspiranti salivano sull’aereo, una volta su, si usava il metodo della pagliuzza più corta. Al fortunato che la pescava, sarebbe toccato il paracadute difettoso. Costui si sarebbe lanciato per ultimo, e se ne sarebbe andato per primo.

La prima volta toccò a un funzionario di banca dall’aria allegra, un tipo simpatico con cui avevo legato durante il corso. Io, invece, tirai la pagliuzza più lunga e dovetti saltare per primo. Una volta a terra, dopo un lancio eseguito in maniera magistrale (sì, devo ammettere di essermi impegnato parecchio nell'addestramento) vidi l’aereo fare altri tre passaggi scaricando ogni volta uno dei miei colleghi. Al quinto passaggio però, quello decisivo, non si lanciò nessuno. Ci fu un sesto passaggio, anche questo a vuoto, poi il pilota iniziò la manovra di atterraggio.

L’istruttore, accanto a me, seguiva l’aereo con il naso all’insù e un sorriso compiaciuto sulle labbra. Gli chiesi se capitava spesso che qualcuno cambiasse idea all’ultimo momento. Lui allargò il sorriso e mi diede una pacca sulla schiena.
‒ Direi più che spesso; va sempre allo stesso modo. Chi vuoi che abbia il coraggio di ammazzarsi dopo tutta quest’attesa per ripensarci? Sai com’è, qualche settimana di tensione prolungata… tutti finiscono per cambiare idea. Abbiamo avuto un solo incidente in dieci anni: siamo considerati tra le scuole più sicure d’Italia. ‒ terminò con orgoglio e, mi parve, un pizzico di ironia.
Io scossi il capo, ci riflettei per un attimo poi annuii, ormai rassegnato.
‒ Con le tariffe che chiedete, ci mancherebbe altro.

7 commenti:

  1. Bellissimo! Mi piace molto l'ironia del lieto fine!

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  2. Grazie Elena, ;) anche se il lieto fine è parziale... ora bisogna ripagare i debito!

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  3. Piaciuto un tot. Il tuo tocco ironico è affinato ancora più! Bueno ;)

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    1. Grazie Franci, a dire il vero questo racconto mi è venuto un po' particolare perché l'ho scritto stringatissimo per stare dentro a un certo numero di battute. Poi ho cambiato idea e l'ho ri-ampliato leggermente, però la scrittura che ne è venuta fuori è condizionata dall'approccio iniziale, altrimenti, molto probabilmente, sarei stato un po' più prolisso, come al solito ;)

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    2. A me piace così. Sono sintetica, lo sai, no?

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    3. Vero, vero, però non toglie che questo racconto sia venuto così quasi per caso... e il tuo stile non è poi così sintetico, o almeno non sempre, a volte hai una scrittura più torrenziale, anche se gli scritti sono brevi ;)

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  4. Per caso o non, è venuto bene! ;)

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